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mercoledì 10 novembre 2010

Il mio testo e quello di Anna Paola Ruffo per la mostra "THE SKULL"





“SKULL – all’ombra del teschio di Damien

Quando Christiana Pecile mi propose di organizzare questa mostra, confesso, rimasi un po’ perplesso, dubbioso. C’era qualcosa che non mi quadrava. In effetti dentro di me sapevo benissimo cosa fosse, ma non lo avevo ancora metabolizzato. Ora che la mostra ha preso corpo ed è stata disegnata, comprendo anche i motivi inconsci, e neanche troppo, dei miei dubbi. In primis, sapevo che sarei arrivato lungo con i tempi. Purtroppo o per fortuna l’autunno è la stagione dove la mia agenda trabocca di appuntamenti ed impegni e le ore del giorno dovrebbero essere almeno 48.
Di seguito anche solo pensare una mostra sul teschio in qualche maniera mi preoccupava. Temevo il confronto. La grande ombra del teschio di Damien aleggiava nell’aria…
Ma il mio peggior difetto è quello di non saper mai dire di no.
E non potevo farlo neanche ora!
Allora, in treno, in macchina, a letto ho iniziato ad organizzarla, a pensarla e demandare. Non ho a questo punto nessun merito per questo splendido risultato se non quello di avere tessuto legami e spostato conoscenze dalla mia agenda a quella di altri…
La mostra è bella, armonica, ricca. Ci sono gesti, formazioni e prestazioni differenti. Un insieme di energie che sono sfociate in un concerto dove le sonorità artistiche dei singoli formano un tutt’uno per dare vita ad una mostra che parte da un concetto vecchio quanto le origini del mondo, anche se ancora di disarmante attualità: il dialogo con la morte, con un teschio.

Sembra scontato invitare dei giovani, ma già affermati artisti a confrontarsi su questo tema, quando ancora gli echi del teschio di Hirst sono sulla bocca di tutti, addetti ai lavori e non.
Invece quello che ne sorto è qualche cosa di veramente unico.

Dal dipinto di Giuseppe Bombaci alla fotografia di Danilo Pasquali, dal lavoro della brava Alice Olimpia Attanasio alla testimonianza di Massimo Gurnari, passando sotto le pennellate coloratissime di Andy o di Marco Minotti al “Sorrident” di Giuseppe Linardi (solo per citarne qualcuno), questi quindici artisti hanno con la loro creatività, genio e talento, partorito una mostra di taglio veramente internazionale e senza neanche mai una citazione al buon vecchio Damien.

Non sono un critico e non ne voglio vestire i panni, è per questo che la parte “scientifica” l'ho lasciata alla giovane, ma già dotata Anna Paola Ruffo, che è riuscita in poche righe a fare una disamina perfetta della presenza del teschio nella storia dell’arte.

A me che, ripeto, non spetta nessun merito per la creazione di questa mostra, rimane solo di ringraziare gli architetti Cristiana PECILE e Marzia Altaira GRAZZINI, l' impareggiabile Nicoletta PECILE ed ovviamente tutti gli artisti che hanno risposto con assoluto entusiasmo a partecipare a questa collettiva.

In una strana giornata primaverile,
novembre 2010

Roberto Milani

Vitti na crozza 
“Essere o non essere, questo è il dilemma …”
La prima scena del terzo atto della tragedia di Shakespeare si apre con queste celebri battute, dando vita a un intenso monologo sul dubbio esistenziale del vivere (o del morire). Osservando attentamente la scena della rappresentazione ci accorgiamo che, oltre al protagonista riconoscibile, il giovane principe Amleto, ve n’è un altro, altrettanto importante: il teschio. Qui non un orpello né tantomeno oggetto di scena ma, interlocutore muto ed inerme, elemento essenziale per rendere visibile e concreta l’eterna contrapposizione tra la vita e la morte.
Il teschio, scrigno vuoto d’ossa che un tempo, ricoperto da muscoli e pelle era solida impalcatura di un volto e che proteggeva nel suo interno la misteriosa capacità di pensare, è stato da sempre oggetto di culto (le popolazioni neolitiche adoravano i teschi dei propri defunti). Un elemento affascinante e terrificante allo stesso tempo, un ossimoro a cui non possiamo sottrarci. Proprio per questa sua natura contraddittoria e per la forte simbologia associata al rapporto vita-morte, che artisti di ogni epoca ne hanno fatto un soggetto prediletto, perché, d’altro canto, che cos’è l’arte se non un continuo tentativo di spiegare e schivare la morte creando qualcosa di eterno?Perciò non deve stupire il fatto che, per molti anni, disegni e ritratti hanno lasciato spesso il posto a questo “volto assente”. Lo spettatore è assorbito e incuriosito dalla figura del teschio, perché in lui si riconosce empaticamente e rivede un se stesso del futuro, in lui trova un insegnamento a ricordare la fugacità della vita. Messaggio che diventa essenziale e preciso nella pittura del XVII secolo: la “Vanitas”, in cui i teschi, le candele e le clessidre che si animano sulle tele, diventano vero e proprio memento mori della fragilità della condizione umana. Monito concreto, come nell’opere del Caravaggio “San Francesco in adorazione sul teschio”.
Il monito si trasforma in denuncia nelle opere di Otto Dix. Un forte attacco alla guerra, che marcisce non solo il corpo ma anche l’anima, si ritrova nel suo “Skull”, incisione del 1924, un teschio che conserva ancora qualche labile brandello di vita e si propone allo sguardo con tutta la sua orrida crudeltà.
Lo spettatore che osserva questa rappresentazione della morte e della putrefazione si rende complice della propria morte e, nello stesso tempo, della propria resurrezione, perché solo osservando la morte si può conoscere e apprezzare veramente la vita.
Mutano i tempi e i costumi ma l’utilizzo, nell’arte, della figura del teschio non cessa, anzi, diventa simbolo di sfida, provocazione e superamento del tabù della morte. Proprio come nelle opere di Andy Warhol: il teschio, riprodotto in serie e animato da tinte forte e vivaci, assume una nuova vita, diventando anche lui icona Pop. E cosa c’è di più popolare di un teschio, di questa maschera impersonale in cui tutti noi ci trasformeremo? Ma ancora più significative sono le foto di Warhol con in spalla un teschio, utili all’artista per esorcizzare la  sua grande ed ossessiva paura della morte prendendola (o prendendosi ) in giro. Il teschio diventa specchio e raffigurazione della più antica paura dell’uomo: il mutamento del corpo vivo che si trasforma in un accumulo d’ossa in preda al disfacimento. 
C’è qualcuno invece che quel teschio lo sceglie come alter ego, un simbolo in cui identificarsi, come Basquiat, che ne fa addirittura la sua firma, un incrocio fra maschera e teschio, un autoritratto capace di riassumere e raccontare la sua breve vita in continuo gioco con la morte. Scheletri e teschi che popolano le sue opere non sono altro che un ritratto di una società violenta e che per la prima volta si trova a far i conti con un male sconosciuto: l’AIDS.
E’ lo spettacolo derisorio del vuoto che ci attende, ma, allo stesso tempo un’esaltazione della morte che diventa icona della vita.
Abbiamo voluto dissacrare, celebrare ed esorcizzare questa maschera ed oggi siamo arrivati persino a ricoprirla di diamanti. “For the love of the God”, il teschio più famoso e costoso della storia dell’arte, opera del’artista britannico Demien Hirst, ripropone il tema della “Vanitas” in maniera più grave e irreversibile. Il teschio, simbolo della caducità della vita, associato al  materiale durevole ed eterno delle pietre preziose.

La raffigurazione di questi crani privi di vita ci ha accompagnati da secoli, dagli affreschi pompeiani fino ai graffiti sui muri delle nostre città, ogni volta con significati e messaggi diversi. Di fronte a questi teschi viene quasi voglia di avvicinarsi al loro ghigno beffardo e a quelle orbite cave per scoprire il mistero del senso della vita … proprio come nella famosa canzone popolare siciliana:
“Vitti na crozza supra lu cannuni
Fui curiusu e ci vosi spiari
Idda m’arrispunniu -Cu gran duluri
murir senza toccu di campani…”
Annapaola  Ruffo




A proposito del teschio di Damien Hirst (da Globart magazine):
http://www.globartmag.com/damien-hirst-for-the-love-of-god-teschio-diamanti/8361/ 

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