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domenica 28 febbraio 2010

"UNO SGUARDO NELL’INVISIBILE"

Da ARSLIFE.COM

De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus

"UNO SGUARDO NELL’INVISIBILE"

Giorgio de Chirico (Volo 1888-Roma 1978) L’enigma dell’arrivo e del pomeriggio, 1911-1912, olio su tela, cm 70 x 86,5 Collezione privata

Dal 26 febbraio al 18 luglio 2010, Palazzo Strozzi, Firenze


Dal 26 febbraio al 18 luglio 2010 una grande mostra a Palazzo Strozzi racconta la straordinaria avventura artistica di Giorgio de Chirico e la duplice influenza che la sua pittura ebbe nell’arte moderna e su pittori come Carrà e Morandi, o Max Ernst, Magritte e Balthus.

Giorgio de Chirico (Volo 1888-Roma 1978), Il trovatore, 1917, olio su tela, cm 91 x 57 Collezione privata


Attraverso 100 opere , provenienti da esclusive raccolte private e da alcuni dei più importanti musei del mondo, la rassegna mette in evidenza “la rivoluzione copernicana” operata da De Chirico nell’arte del XX secolo, che aprì la strada a tutti quei movimenti che costituiscono la parte più interessante e vitale dell’esperienza artistica europea tra le due guerre, dal Dada al Surrealismo, dal Realismo Magico al Neo-Romanticismo dando un taglio netto alle prospettive di ricerca ormai esaurite del cubismo e delle avanguardie formali. Una rassegna che vuole anche invitare a riflettere sui temi degli spazi e dei sogni, associando alla visione delle opere d’arte le suggestioni provocate dai quadri sulla psicologia dello spettatore. Responsabili del progetto scientifico sono Paolo Baldacci e Gerd Roos, curatori tra l’altro della mostra monografica dedicata a De Chirico nel 2007 a Padova, e inoltre Guido Magnaguagno, fra i curatori della mostra Arnold Böcklin, Giorgio de Chirico, Max Ernst tenutasi nel 1998 a Zurigo, Monaco e Berlino. La mostra riunirà alcune tra le più celebri opere del periodo metafisico di De Chirico, dipinti di Carrà e Morandi , capolavori di René Magritte , Max Ernst e Balthus . In dialogo con questi quadri verranno presentate opere estremamente significative di artisti come Niklaus Stoecklin, Arturo Nathan, Pierre Roy e Alberto Savinio , che sulla strada aperta da De Chirico si mossero in un ambito espressivo in bilico tra Metafisica, Realismo Magico, Surrealismo e Neo-Romanticismo

La mostra
Il sottotitolo della rassegna: Uno sguardo nell’invisibile, prende spunto da un’affermazione di Giorgio de Chirico, che sin dall’inizio del suo percorso scrisse che lo scopo della pittura non doveva essere di riprodurre più o meno bene ciò che già vediamo in natura, ma soprattutto «far vedere ciò che non si può vedere». Non solo, quindi, trasferire e ricreare emozioni, ma indurre nello spettatore, attraverso un sofisticato sistema di selezione e di riproduzione delle immagini, le stesse intuizioni sperimentate dall’artista sul significato profondo del mondo e delle cose . A questo proposito la sede di Palazzo Strozzi è particolarmente significativa perché la prima completa “rivelazione” del misterioso rapporto che intercorre fra le cose che appaiono e il loro significato colse il ventunenne De Chirico proprio durante un viaggio a Firenze nell’ottobre del 1909 in piazza Santa Croce: È da questa esperienza che ha origine l’intuizione dechirichiana degli aspetti enigmatici e inesplicabili dell’esistenza e del mondo, tradotta in forma plastiche nei suoi celebri “enigmi” degli anni Dieci e negli inquietanti accostamenti iconografici degli anni Venti. Una messa in scena di rappresentazioni mute che, attraverso le masse geometriche di architetture semplificate, evocative e simboliche, e le trascrizioni di oggetti scelti per il loro significato più che per la loro apparenza, ci comunica quella particolare concezione del mondo e della sua essenza ultima che l’artista aveva maturato attraverso la lettura di Nietzsche, di Schopenhauer e di Eraclito. Un nulla che invita a esplorare l’instabilità dei linguaggi e la sconcertante pluralità semantica dei segni, e che apre orizzonti completamente nuovi al mondo della comunicazione visiva. In tal senso l’eredità della metafisica dechirichiano è di una enorme ampiezza e sconfina in tutti i movimenti che hanno rispecchiato l’instabilità e l’angoscia del mondo moderno. Temi come l’alienazione e la solitudine, il senso di abbandono, l’isolamento, l’abisso di guerra e violenza, l’inquietudine e la disperazione porteranno René Magritte a definire l’opera di De Chirico in una conferenza tenuta il 20 novembre del 1938 al Musée Royal des Beaux-Arts di Anversa, come «una nuova visione nella quale lo spettatore ritrova il suo isolamento e intende il silenzio del mondo». Al centro dell’esposizione ritroviamo quindi le corrispondenze di temi, di soggetti, di sensibilità fra De Chirico e gli artisti che in vario modo hanno raccolto la sua lezione. Le opere selezionate condividono ambientazioni e scenari: strade e stanze pressoché vuote, scatole architettoniche, piazze disabitate, spazi esterni che si aprono attraverso finestre, o misteriose porte socchiuse, e associazioni incongrue di oggetti inseriti in contesti spaziali stranianti: camini, orologi, treni, strane pavimentazioni e orizzonti lontani, fughe prospettiche, piani ribaltati, rebus e relitti di antiche civiltà perdute. In questi luoghi, dove spesso i rapporti dimensionali sono rovesciati, gli uomini stanno come prigionieri, attori privati di parola e azione, perennemente in attesa e in silenzio, senza tempo.


René Magritte (Lessines 1898-Bruxelles 1967), La condizione umana, 1933, olio su tela, cm 100 x 81 Washington, D.C., National Gallery of Art, Gift of the Collectors Committee, inv. 1987.55.1



Il percorso espositivo
L’itinerario della rassegna passa attraverso alcuni tra i maggiori capolavori di una fase dell’arte europea che James Thrall Soby , col titolo di un suo famoso saggio del 1935, indicò come “successiva a Picasso” ( After Picasso ), cioè non più indirizzata a esplorazioni nel campo della forma, della luce e del movimento, ma aperta appunto al “nuovo mondo” di matrice letteraria, filosofica, concettuale e fantastica scoperto da De Chirico . De Chirico fu sicuramente l’artista che formulò l’espressione pittorica più aderente alla condizione esistenziale degli uomini degli inizi del XX secolo. Poeti come Guillaume Apollinaire e André Breton si riconobbero immediatamente in quella visione del mondo e il linguaggio di De Chirico divenne punto di partenza di opere letterarie e filosofiche che hanno esplorato le strutture della comunicazione visiva basata sulla memoria e sull’inconscio.In mostra si potranno ammirare opere basilari di questo rivoluzionario percorso, come l’ Autoritratto del 1911, l’ Enigma dell’arrivo e del pomeriggio (1911-12), la Nostalgia dell'infinito (1912) o la Serenità del saggio del 1914, fino a dipinti estremamente rappresentativi delle sue nuove poetiche degli anni Venti , come il Paesaggio romano del 1922, che esplora in modo mirabile la metafisica dei luoghi reali, o i quadri della serie dei “mobili all'aperto” e delle “rovine nelle stanze” che ci propongono l'inquietante tematica dello spiazzamento. Nel percorso espositivo della rassegna De Chirico dialoga con le opere di René Magritte , che in capolavori come La condizione umana , Il senso della notte , La chiave dei sogni , dimostra di “pensare” i suoi quadri come proiezioni di una dimensione interiore e di una certa condizione dell’anima: malinconia, spaesamento, illusione, ricordo o visione. Per questa via, nell’Italia postbellica, Carlo Carrà , con dipinti quali Il gentiluomo ubriaco (1916), L’ovale delle apparizioni (1917) o Il figlio del costruttore (1917-22) e Giorgio Morandi con le sue nature morte metafisiche, indicarono nuovi orizzonti poetici capaci di andare oltre la visibilità muta dell’oggetto.

Max Ernst (Brûl 1891-Parigi 1976), Edipo re, 1922, olio su tela, cm 93 x 102 Collezione privata

Anche il dadaista tedesco Max Ernst fu tra i primi ad attingere alla lezione di De Chirico , con capolavori di grande impatto visivo e psicologico come Oedipus Rex (1922). Ernst, che è forse, da un punto di vista concettuale, il massimo artista surrealista, esplorò i labili confini che separano volontà e coscienza creativa dell’artista dalle opportunità offerte dal caso e dagli automatismi inconsci (Visione notturna della Porta Saint Denis, 1927). Le inedite corrispondenze fra il De Chirico metafisico e il giovane Ernst verranno rivelate dall’opera grafica dei due artisti di cui saranno esposte in mostra alcune opere significative: i primi collage di Ernst e una serie di importanti disegni di De Chirico. Altro grande interlocutore di De Chirico è il francese di origine polacca Balthus. Nel suo percorso, il tema del silenzio e dell’enigma acquistano, in modo straordinariamente intenso, la dimensione nuova dell’erotismo. In mostra, il monumentale Passage du Commerce-Saint-André e la Place de l'Odéon , opere nelle quali, attraverso lo sprigionarsi della sessualità, Balthus spezza la condizione di solitudine esistenziale portando una nuova intensità vitale nel “mondo del silenzio”. Infine, oltre a capolavori di Arturo Nathan, di Pierre Roy e di Alberto Savinio, i visitatori potranno vedere per la prima volta in una rassegna italiana un gruppo significativo di nove opere di Niklaus Stoecklin , tra i maggiori e più originali rappresentati del Realismo Magico di area tedesca. Il percorso per famiglie bambini: Tutte le mostre di Palazzo Strozzi mirano ad abbattere le barriere tra arte e scienza: per De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus, l’itinerario per famiglie e bambini inviterà a esplorare la psicologia attraverso speciali didascalie e una sala interattiva che accompagneranno il visitatore in un viaggio nel mondo dei sogni, degli spazi e delle paure (agorafobia e claustrofobia)


Balthus (Balthasar Kłossowski de Rola; Parigi 1908-Rossinière 2001), Il passaggio del Commerce-Saint-André, 1952-1954 olio su tela, cm 294 x 330, Collezione privata



I visitatori avranno la possibilità di raccontare i propri sogni attraverso narrazioni o disegni che potranno lasciare direttamente in mostra oppure inviare attraverso il sito della mostra www.palazzostrozzi.org, via Twitter o via e-mail. La mostra è posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, con il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Ministero degli Affari Esteri, ed è promossa e realizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno della Provincia di Firenze, Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze e Associazione Partners Palazzo Strozzi e con la collaborazione di Soprintendenza PSAE e per il Polo Museale della città di Firenze e l’Archivio dell’Arte Metafisica di Milano.

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PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA
a cura di Lorenzo Bini Smaghi Presidente della Fondazione Palazzo Strozzi


Giorgio de Chirico, uno degli artisti italiani che hanno maggiormente influenzato l’arte del xx secolo, prese coscienza per la prima volta del misterioso rapporto tra la realtà fisica che appare ai nostri occhi e l’invisibile realtà concettuale che alberga nel nostro spirito durante un soggiorno fiorentino, all’età di ventun’anni: «Durante un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su una panca in mezzo a piazza Santa Croce… Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito; e ogni volta che guardo questo quadro rivivo quel momento. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile». La “rivelazione fiorentina” dell’ottobre 1909, che permea della sua emozione i capolavori che aprono questa mostra, costituì, come lo stesso de Chirico ebbe a prevedere fin da allora, “una rivelazione per il mondo intero”. E naturalmente anche una rivoluzione, la cui natura è sottolineata dal sottotitolo della mostra: “De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile”. Per la prima volta si traducevano in pittura gli aspetti enigmatici e misteriosi dell’esistenza e veniva data forma plastica, attraverso un raffinato gioco di metafore, a sensazioni immateriali e a concetti filosofici. Ispiratori di tutto ciò erano Nietzsche, Schopenhauer e Eraclito, ma, al di là dello specifico mondo ideale spirituale ed emotivo di De Chirico, la sua arte avrebbe dato voce alle ansie e alle paure di un interno secolo: alienazione e solitudine, nostalgia e privazione, melanconia e incomunicabilità abitano i suoi quadri fin da prima che la guerra, le violenze e la “grande pazzia” che hanno straziato il Novecento intero, aprissero la porta al “grande silenzio” del mondo. La pittura metafisica di De Chirico aprì la strada al Surrealismo e alle spettrali visioni della Nuova Oggettività. Max Ernst, che vide per la prima volta i suoi quadri nel 1919 sulla rivista «Valori Plastici», ne raccolse l’esempio e lo sviluppò aprendo la strada ad esperienze completamente nuove. André Breton, il padre del Surrealismo, ne fu altrettanto sedotto, e René Magritte, la cui intera carriera pittorica è segnata dall’ombra di De Chirico, capì attraverso di lui che non sin doveva dipingere ciò che si vede, ma il pensiero che sta dietro il “paravento inesorabile” della materia. I dipinti di Magritte vengono allora “immaginati” come rappresentazione dell’interiorità, come un sogno, uno stato d’animo, nostalgia, inganno, illusione, ricordo o visione: rappresentazione di qualcosa che comunque è nella mente. Questa mostra non è concepita come una panoramica con pretesa di completezza, ma piuttosto come un discorso sull’influenza della sua arte. Le sue opere metafisiche furono come un sasso gettato nelle acque immobili di uno stagno. I cerchi concentrici della loro influenza si allargarono sempre più nel mondo dell’arte, attenuandosi via via che si allontanavano nel tempo e nello spazio ma rimanendo ancora percepibili nell’opera di artisti come Balthus, col quale si conclude la nostra mostra, e che potrebbe essere considerato un erede improbabile e anomalo della visione metafisica del pittore italiano. Dopo l’esperienza fiorentina di olttre un secolo fa, le rappresentazioni dechirichiane di piazze deserte, spazzate dal vento, popolate da figure solitarie, edifici austeri o statue che fissano cieche il vuoto, continuarono a ossessionare gli artisti: e questa mostra invita il visitatore a indagare la loro straordinaria influenza.

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VADEMECUM PER LA MOSTRA DEI CURATORI
Paolo Baldacci, Guido Magnaguagno, Gerd Roos

Questa mostra raccoglie attorno a un unico tema opere di dieci artisti. Ognuno di loro ha inventato immagini e scene che non si incontrano nella realtà esterna che conosciamo, o ha rappresentato gli oggetti percepiti dai nostri sensi in associazioni strane e con un tale estremo e glaciale realismo da indurre in noi la sensazione di una misteriosa vita della materia oltre le apparenze visibili. Ciò che era a tutti visibile questi artisti non lo hanno ritenuto sufficiente per esprimere la loro condizione interiore, e, nonostante fossero legati alla tradizione figurativa e al mondo oggettuale e quindi lontani dal percorso ideale dell’astrazione, hanno per così dire guardato dietro le apparenze. Il loro sguardo ha scoperto mondi di immagini fantastiche, realtà mutate, stranissimi incontri di persone e oggetti. La realtà che li circondava divenne ai loro occhi un mistero impenetrabile, e l’esistenza un groviglio di enigmi, ed essi diedero forma a questo “invisibile” con la loro arte pittorica trasfigurandolo in magia. De Chirico per primo si pose come scopo di “far vedere ciò che non si può vedere”, e attraverso l’esperienza intuitiva della “rivelazione” riuscì a trasfigurare la realtà materiale e concreta in qualcosa di completamente nuovo e suggestivo, cogliendo il suo sembiante interiore e facendo emergere il variegato “spettro” dei suoi significati. Subito dopo di lui, Max Ernst percorse da esploratore ardito la sottile linea di confine che divide la volontà dell’artista e le scelte fantastiche della sua immaginazione dai suggerimenti del caso. Un dipinto, diceva infine Magritte, deve essere prima pensato, e poi eseguito. Cominciando con De Chirico, essi formularono e svilupparono il concetto di “quadro nel quadro”: una vera e propria sfida al linguaggio e agli schemi acquisiti della comunicazione visiva, che destabilizza i concetti di realtà e finzione. I dipinti esposti in questa mostra vennero realizzati tra il 1911 e il 1954 e abbracciano quasi mezzo secolo, l’epoca della “modernità classica”. Non il più vecchio, ma il primo in ordine di tempo di questi artisti, e quindi punto di partenza del nostro viaggio, è l’inventore italiano della “Pittura Metafisica”, Giorgio de Chirico, nato nel 1888 a Volo, in Grecia, e poi vissuto in Italia e a Parigi. È particolarmente significativo che questa mostra si svolga a Firenze, città nella quale, durante un viaggio effettuato nell’ottobre del 1909, Giorgio de Chirico, indebolito e reso acutamente sensibile da una lunga malattia intestinale, andò soggetto in piazza Santa Croce ad una delle prime esperienze di quel fenomeno da lui poi chiamato “rivelazione”. Statue, edifici, atmosfera e ambiente circostante, visioni precedenti e letture precipitarono nella sua mente convergendo in una visione completamente trasfigurata della realtà che stava davanti ai suoi occhi. Forse anche per questo, De Chirico si dichiarò “nato a Firenze” nei primi cataloghi dei Salons parigini, e nella sua pittura aleggia tanta eco del più severo Rinascimento toscano. De Chirico è affiancato dai suoi seguaci italiani Carlo Carrà (nato nel 1881), con il quale ebbe un breve sodalizio a Ferrara nel 1917, e Giorgio Morandi, che vide “la luce e gli oggetti del mondo” a Bologna nel 1890. Il primo si innamorò in modo camaleontico delle strutture formali della pittura metafisica, di cui diede luminose e seducenti interpretazioni, trovando i mezzi per avvicinarsi a una dimensione spirituale della materia che se è lontana dagli obiettivi nichilistici di De Chirico costituì comunque un solido ponte di collegamento col Realismo Magico. Il secondo selezionò con severa coscienza gli elementi a lui più congeniali di rigore geometrico e plastico per procedere a una sua personale ricostruzione del mondo degli oggetti dove ciò che è morto diventa musicalmente vivo e ciò che è vivo viene definito per sempre come fosse cosa inanimata. Questo tipo di arte, che dà voce alla solitudine e al senso di estraneità e di smarrimento prodotti dalla scoperta nichilista della mancanza di logica e di significato del mondo, ha origine da una profonda meditazione attorno al pensiero di Friedrich Nietzsche e si manifestò in Italia sotto la spinta di De Chirico. Ma sensazioni simili erano state avvertite a Parigi, dove De Chirico lavorava, prima dello scoppio della guerra, soprattutto grazie all’intuizione di un grande poeta e interprete dell’arte contemporanea come Guillaume Apollinaire. Ed è questa nuova sensibilità artistica, nutrita di letture e di filosofia, di coscienza del passato e di interiorizzazioni della memoria, così come di consapevolezza del profondo e degli enigmi dell’anima, che impronta di sé tutta la scena europea tra le due guerre dopo la fine delle avanguardie, come ebbe a cogliere tra i primi il grande studioso americano di De Chirico James Thrall Soby con l’icastico titolo After Picasso del suo saggio del 1935. È indubbio che l’angoscia metafisica di De Chirico anticipò l’immane crollo della guerra mondiale, così come sul piano artistico il dada e il surrealismo, coi loro sguardi aperti sul nulla e sugli abissi dell’ inconscio ne furono le conseguenze immediate. Il caratteristico mondo di immagini metafisiche di De Chirico si compone di temi e di motivi attraverso i quali egli sviluppa una sua fantasmagoria interiore senza ripetersi altro che in apparenza e ricorrendo a una stesura pittorica e stilistica in continua evoluzione. I fantasmi potenti che emergono dalla sua particolarissima anamnesi personale, familiare e culturale formano un ciclo di immagini che più tardi, attraverso le ripetizioni commerciali, diventeranno uno dei repertori iconografici più popolari e influenti del secolo XX. Ne fanno parte le piazze vuote, colte nelle oblique ore pomeridiane, le fughe vertiginose di portici e di strade, le stanze spoglie, le quinte architettoniche, i palcoscenici aperti, i piani inclinati. Vedute da finestre cieche, porte socchiuse, pavimenti innaturali. Muri di mattoni, antiche rovine, statue solitarie. Orizzonti lontani, vele e treni. Oggetti in ambienti misteriosi e insensati, proporzioni rovesciate, ombre fitte e luce splendente. Protagonisti dell’attesa e della sospensione, del silenzio, colti negli spazi immaginari della solitudine, della nostalgia, dei ricordi e delle visioni, dell’eternità pietrificata, dei sogni ad occhi aperti e del sonno, dei pensieri nel regno dell’invisibile. Il rapporto con De Chirico prende corpo per Max Ernst nel 1919. Subito dopo aver visto le riproduzioni dei suoi quadri e di quelli di Carrà nella rivista «Valori Plastici», egli creò la celebre cartella di litografie Fiat modes - pereat ars. Più tardi, nel 1924, copiò per Paul e Gala Eluard l’Enigma di un pomeriggio d’autunno, la prima opera metafisica di De Chirico. E con la tecnica del collage introdusse nel mondo artistico il mezzo espressivo ideale per rappresentare lo smembramento, la dissoluzione, la dispersione e la frammentazione tipici dell’ esistenza contemporanea. Ernst è però anche colui che rompe prepotentemente le barriere del silenzio quando guarda nel mondo sconosciuto: egli si trasforma allora nel suo allegro Traumtänzer. Un passeggiatore nel regno dell’inconscio. Un liberatore di eros e di sessualità. Un altro artista fondamentale per l’arte del XX secolo, René Magritte, sviluppa le visioni dei suoi quadri come in una sovrapposizione e illusione continua. Nato nel 1898 in Belgio, era di un decennio più giovane del suo grande predecessore, e da quando, nel 1925, si ispirò al dipinto Le Chant d’amour (1914) il suo mondo di immagini mutò improvvisamente e produsse un capolavoro dopo l’altro. Magritte ricordava la conoscenza del dipinto di De Chirico come «uno dei momenti più commoventi della sua vita» e ancora nel 1938, nella conferenza La ligne de vie tenuta ad Anversa, ebbe a dire del suo modello: «C’est la rupture complète avec les habitudes mentales propres aux artistes prisonniers du talent, de la virtuosité e de toutes les petites spécialités esthétiques. Il s’agit d’une nouvelle vision ou lo spectateur retrouve son isolement et entend le silence du monde» (È la rottura completa con le abitudini mentali degli artisti prigionieri del talento, del virtuosismo e di tutti i piccoli trucchi estetici. Si tratta di una visione nuova, dove lo spettatore trova il suo isolamento e ascolta il silenzio del mondo). “Il silenzio del mondo”, ecco un altro possibile titolo della mostra. Esso permette di tracciare una sorta di linea interiore. Il vuoto, il silenzio, l’enigma di un pomeriggio, la magia della notte, la vita come mistero; oppure per dirla col titolo di un dipinto di Magritte, il quadro come “chiave dei sogni”. La “ligne de vie” che da De Chirico conduce al Surrealismo e ad André Breton è quindi tracciata. Una seconda linea, più rigorosa e aspra, conduce invece dall’Italia verso la Germania. Qui, nel 1924, il direttore del Museo di Mannheim, Gustav Hartlaub, riunì sotto il nome di “Nuova Oggettività” le tendenze estetiche che in seguito all’esperienza della guerra e della crisi avevano dato un’interpretazione della realtà come qualcosa di gelido e straniante. Il senso di alienazione dell’uomo si rispecchiò allora nei ritratti taglienti di Christian Schad, nella critica sociale di Georg Grosz o di Otto Dix, così come nell’opera dello svizzero Niklaus Stoecklin (nato nel1896) che ebbe in quell’ambito un ruolo da protagonista. Per lui, come per Schrimpf, Kanoldt e altri, la natura morta costituì il mezzo privilegiato per arricchire di tratti iperreali e surreali la materialità delle cose, un po’ come nella prima glaciale opera di Morandi, mentre il suo interesse per i manichini, per l’uomo artificiale e per le macchine rimandavano a De Chirico e a Carrà metafisici Nell’ampia parentesi del dopoguerra le opere cosiddette “neoclassiche” di De Chirico degli anni Venti si rivelarono una fertile fonte visiva sia per suo fratello Alberto Savinio sia per Arturo Nathan, nato a Trieste nel 1891, lo stesso anno di Max Ernst. Il fallimento della cultura borghese si era abbattuto sul tentativo novecentesco di far rinascere una “antichità”, ed essa poteva risorgere solo sotto forma di relitto o rovina, come ci mostra Nathan con la sua pittura scura, persino cupa, che ci appare come un commiato e una presa di distanza dagli allegri elementi scenografici volanti di Savinio che si sguinzagliano nei cieli della sua opera d’arte totale. Le discrepanze e le incongruenze sono enormi, negli interni di De Chirico “dépaysagiste”, come lo definì Cocteau, irrompono i paesaggi, e i mobili arredano le campagne, mentre nell’immaginazione pittorica di Magritte regna un “mondo totalmente capovolto”, fino alla dissoluzione del nesso tra parola e immagine, fino al trionfo dell’illusione. A Pierre Roy, il più anziano del nostro gruppo, nipote di Jules Verne nato a Nantes nel 1880, e a Balthus (Balthazar Klossowski), cosmopolita di origini polacche con passaporto tedesco nato a Parigi nel 1908, tocca il compito di darci una conclusione coerente, sintetica e armonizzante di tutto l’insieme. Nelle mondo delle nature morte di Pierre Roy entrano di continuo in scena oggetti contrastanti che si raggruppano poi in insiemi poetici vicini a quel realismo magico, che usa avvolgere in una delicata guaina le pericolose asprezze della natura. Con questa poetica atmosfera ci seduce anche Balthus, l’amico di Rilke, anche se sotto i suoi tappeti e i suoi tavoli potrebbero benissimo essere in agguato dei mostri. L’eros, che nella vita e nelle opere di de Chirico e di Magritte venne represso e frustrato, e che rifiorisce grandioso solo negli splendidi dipinti di Max Ernst, annuncia timidamente il proprio ritorno. Non tutto è perduto. Su un fondamento di mitologia personale, nello spazio ideale che collegava Nietzsche e Freud, si manifestarono nel giovane De Chirico il distacco dalla realtà visibile e l’orientamento verso il fantastico e il metafisico, già presenti nelle opere di Arnold Böcklin, di cui egli era stato un entusiasta seguace e imitatore. La traccia sviluppata in questa esposizione era già stata individuata nel 1997/1998 da una importante mostra al Kunsthaus di Zurigo, poi passata al Haus der Kunst di Monaco e alla Nationalgalerie di Berlino. “Arnold Böcklin, Giorgio de Chirico, Max Ernst. Eine Reise ins Ungewisse” (Arnold Böcklin, Giorgio de Chirico, Max Ernst. Un viaggio nell’ignoto) delineò un percorso di immagini in territori sconosciuti e promosse, ben al di là dei rapporti evidenti, la conoscenza di una sorta di antropologia interiore dell’uomo moderno. Il primato della visione interiore divenne chiaro. “Uno sguardo nell’invisibile” rappresenta una tappa successiva del medesimo viaggio e ci insegna a esplorare meglio il mistero della nostra esistenza.

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EVENTI COLLATERALI ALLA MOSTRA
MAGGIO MUSICALE FIORENTINO
In concomitanza con il 73° Maggio Musicale Fiorentino, che si terrà dal 29 aprile al 22 giugno, in una Sala di Palazzo Strozzi indipendente dalla mostra De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile, verranno presentati bozzetti e figurini di Giorgio de Chirico per I Puritani di Vincenzo Bellini, al fine di ricordare l’esperienza dell’artista al I Maggio Musicale Fiorentino del 1933. L’evento, in collaborazione con il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, permetterà di ammirare acquerelli raffiguranti scene, figurini e attrezzerie, dai quali emerge un voluto riferimento alla scenografia eseguita anni prima da De Chirico a Parigi per i Balletti russi di Diaghilev. Ingresso libero.
CAFFÈ
Il nome del Caffè Giacosa a Palazzo Strozzi cambia e si adegua a quello della mostra allestita al Piano Nobile: dopo il Caffè dell’Imperatore della mostra sulla Cina; il Café des artistes per la mostra sull’Impressionismo; il Caffè delle Regine in occasione di Maria e Caterina de’ Medici; il Caffè dei Pianeti per Galileo e il Caffè Dolci Inganni nell’esposizione sul trompe-l’oeil, per De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile, sarà la volta del Caffè Metafisico.


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Informazioni utili:

De Chirico, Max Ernest, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile
26 febbraio-18 luglio 2010
Palazzo Strozzi
Piazza degli Strozzi, 1
50123 Firenze
Orari: tutti i giorni 9,00- 20,00 Giovedì 9,00-23,00
Informazioni in mostra: +39 055/2645155
www.palazzostrozzi.org
Catalogo Mandragora, Ufficio stampa: Sandra Rosi
T. +39 055 2654384/19 ufficiostampa@mandragora.it
Prenotazioni Sigma CSC
e attività didattiche T. +39 055 2469600 F. +39 055 244145
prenotazioni@cscsigma.it
Accesso in mostra consentito fino a un’ora prima dell’orario di chiusura
Ingresso intero € 10,00; ridotto € 8,50; € 8,00; € 7,50, € 7,00
Scuole € 4,00

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