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domenica 28 febbraio 2010

"UNO SGUARDO NELL’INVISIBILE"

Da ARSLIFE.COM

De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus

"UNO SGUARDO NELL’INVISIBILE"

Giorgio de Chirico (Volo 1888-Roma 1978) L’enigma dell’arrivo e del pomeriggio, 1911-1912, olio su tela, cm 70 x 86,5 Collezione privata

Dal 26 febbraio al 18 luglio 2010, Palazzo Strozzi, Firenze


Dal 26 febbraio al 18 luglio 2010 una grande mostra a Palazzo Strozzi racconta la straordinaria avventura artistica di Giorgio de Chirico e la duplice influenza che la sua pittura ebbe nell’arte moderna e su pittori come Carrà e Morandi, o Max Ernst, Magritte e Balthus.

Giorgio de Chirico (Volo 1888-Roma 1978), Il trovatore, 1917, olio su tela, cm 91 x 57 Collezione privata


Attraverso 100 opere , provenienti da esclusive raccolte private e da alcuni dei più importanti musei del mondo, la rassegna mette in evidenza “la rivoluzione copernicana” operata da De Chirico nell’arte del XX secolo, che aprì la strada a tutti quei movimenti che costituiscono la parte più interessante e vitale dell’esperienza artistica europea tra le due guerre, dal Dada al Surrealismo, dal Realismo Magico al Neo-Romanticismo dando un taglio netto alle prospettive di ricerca ormai esaurite del cubismo e delle avanguardie formali. Una rassegna che vuole anche invitare a riflettere sui temi degli spazi e dei sogni, associando alla visione delle opere d’arte le suggestioni provocate dai quadri sulla psicologia dello spettatore. Responsabili del progetto scientifico sono Paolo Baldacci e Gerd Roos, curatori tra l’altro della mostra monografica dedicata a De Chirico nel 2007 a Padova, e inoltre Guido Magnaguagno, fra i curatori della mostra Arnold Böcklin, Giorgio de Chirico, Max Ernst tenutasi nel 1998 a Zurigo, Monaco e Berlino. La mostra riunirà alcune tra le più celebri opere del periodo metafisico di De Chirico, dipinti di Carrà e Morandi , capolavori di René Magritte , Max Ernst e Balthus . In dialogo con questi quadri verranno presentate opere estremamente significative di artisti come Niklaus Stoecklin, Arturo Nathan, Pierre Roy e Alberto Savinio , che sulla strada aperta da De Chirico si mossero in un ambito espressivo in bilico tra Metafisica, Realismo Magico, Surrealismo e Neo-Romanticismo

La mostra
Il sottotitolo della rassegna: Uno sguardo nell’invisibile, prende spunto da un’affermazione di Giorgio de Chirico, che sin dall’inizio del suo percorso scrisse che lo scopo della pittura non doveva essere di riprodurre più o meno bene ciò che già vediamo in natura, ma soprattutto «far vedere ciò che non si può vedere». Non solo, quindi, trasferire e ricreare emozioni, ma indurre nello spettatore, attraverso un sofisticato sistema di selezione e di riproduzione delle immagini, le stesse intuizioni sperimentate dall’artista sul significato profondo del mondo e delle cose . A questo proposito la sede di Palazzo Strozzi è particolarmente significativa perché la prima completa “rivelazione” del misterioso rapporto che intercorre fra le cose che appaiono e il loro significato colse il ventunenne De Chirico proprio durante un viaggio a Firenze nell’ottobre del 1909 in piazza Santa Croce: È da questa esperienza che ha origine l’intuizione dechirichiana degli aspetti enigmatici e inesplicabili dell’esistenza e del mondo, tradotta in forma plastiche nei suoi celebri “enigmi” degli anni Dieci e negli inquietanti accostamenti iconografici degli anni Venti. Una messa in scena di rappresentazioni mute che, attraverso le masse geometriche di architetture semplificate, evocative e simboliche, e le trascrizioni di oggetti scelti per il loro significato più che per la loro apparenza, ci comunica quella particolare concezione del mondo e della sua essenza ultima che l’artista aveva maturato attraverso la lettura di Nietzsche, di Schopenhauer e di Eraclito. Un nulla che invita a esplorare l’instabilità dei linguaggi e la sconcertante pluralità semantica dei segni, e che apre orizzonti completamente nuovi al mondo della comunicazione visiva. In tal senso l’eredità della metafisica dechirichiano è di una enorme ampiezza e sconfina in tutti i movimenti che hanno rispecchiato l’instabilità e l’angoscia del mondo moderno. Temi come l’alienazione e la solitudine, il senso di abbandono, l’isolamento, l’abisso di guerra e violenza, l’inquietudine e la disperazione porteranno René Magritte a definire l’opera di De Chirico in una conferenza tenuta il 20 novembre del 1938 al Musée Royal des Beaux-Arts di Anversa, come «una nuova visione nella quale lo spettatore ritrova il suo isolamento e intende il silenzio del mondo». Al centro dell’esposizione ritroviamo quindi le corrispondenze di temi, di soggetti, di sensibilità fra De Chirico e gli artisti che in vario modo hanno raccolto la sua lezione. Le opere selezionate condividono ambientazioni e scenari: strade e stanze pressoché vuote, scatole architettoniche, piazze disabitate, spazi esterni che si aprono attraverso finestre, o misteriose porte socchiuse, e associazioni incongrue di oggetti inseriti in contesti spaziali stranianti: camini, orologi, treni, strane pavimentazioni e orizzonti lontani, fughe prospettiche, piani ribaltati, rebus e relitti di antiche civiltà perdute. In questi luoghi, dove spesso i rapporti dimensionali sono rovesciati, gli uomini stanno come prigionieri, attori privati di parola e azione, perennemente in attesa e in silenzio, senza tempo.


René Magritte (Lessines 1898-Bruxelles 1967), La condizione umana, 1933, olio su tela, cm 100 x 81 Washington, D.C., National Gallery of Art, Gift of the Collectors Committee, inv. 1987.55.1



Il percorso espositivo
L’itinerario della rassegna passa attraverso alcuni tra i maggiori capolavori di una fase dell’arte europea che James Thrall Soby , col titolo di un suo famoso saggio del 1935, indicò come “successiva a Picasso” ( After Picasso ), cioè non più indirizzata a esplorazioni nel campo della forma, della luce e del movimento, ma aperta appunto al “nuovo mondo” di matrice letteraria, filosofica, concettuale e fantastica scoperto da De Chirico . De Chirico fu sicuramente l’artista che formulò l’espressione pittorica più aderente alla condizione esistenziale degli uomini degli inizi del XX secolo. Poeti come Guillaume Apollinaire e André Breton si riconobbero immediatamente in quella visione del mondo e il linguaggio di De Chirico divenne punto di partenza di opere letterarie e filosofiche che hanno esplorato le strutture della comunicazione visiva basata sulla memoria e sull’inconscio.In mostra si potranno ammirare opere basilari di questo rivoluzionario percorso, come l’ Autoritratto del 1911, l’ Enigma dell’arrivo e del pomeriggio (1911-12), la Nostalgia dell'infinito (1912) o la Serenità del saggio del 1914, fino a dipinti estremamente rappresentativi delle sue nuove poetiche degli anni Venti , come il Paesaggio romano del 1922, che esplora in modo mirabile la metafisica dei luoghi reali, o i quadri della serie dei “mobili all'aperto” e delle “rovine nelle stanze” che ci propongono l'inquietante tematica dello spiazzamento. Nel percorso espositivo della rassegna De Chirico dialoga con le opere di René Magritte , che in capolavori come La condizione umana , Il senso della notte , La chiave dei sogni , dimostra di “pensare” i suoi quadri come proiezioni di una dimensione interiore e di una certa condizione dell’anima: malinconia, spaesamento, illusione, ricordo o visione. Per questa via, nell’Italia postbellica, Carlo Carrà , con dipinti quali Il gentiluomo ubriaco (1916), L’ovale delle apparizioni (1917) o Il figlio del costruttore (1917-22) e Giorgio Morandi con le sue nature morte metafisiche, indicarono nuovi orizzonti poetici capaci di andare oltre la visibilità muta dell’oggetto.

Max Ernst (Brûl 1891-Parigi 1976), Edipo re, 1922, olio su tela, cm 93 x 102 Collezione privata

Anche il dadaista tedesco Max Ernst fu tra i primi ad attingere alla lezione di De Chirico , con capolavori di grande impatto visivo e psicologico come Oedipus Rex (1922). Ernst, che è forse, da un punto di vista concettuale, il massimo artista surrealista, esplorò i labili confini che separano volontà e coscienza creativa dell’artista dalle opportunità offerte dal caso e dagli automatismi inconsci (Visione notturna della Porta Saint Denis, 1927). Le inedite corrispondenze fra il De Chirico metafisico e il giovane Ernst verranno rivelate dall’opera grafica dei due artisti di cui saranno esposte in mostra alcune opere significative: i primi collage di Ernst e una serie di importanti disegni di De Chirico. Altro grande interlocutore di De Chirico è il francese di origine polacca Balthus. Nel suo percorso, il tema del silenzio e dell’enigma acquistano, in modo straordinariamente intenso, la dimensione nuova dell’erotismo. In mostra, il monumentale Passage du Commerce-Saint-André e la Place de l'Odéon , opere nelle quali, attraverso lo sprigionarsi della sessualità, Balthus spezza la condizione di solitudine esistenziale portando una nuova intensità vitale nel “mondo del silenzio”. Infine, oltre a capolavori di Arturo Nathan, di Pierre Roy e di Alberto Savinio, i visitatori potranno vedere per la prima volta in una rassegna italiana un gruppo significativo di nove opere di Niklaus Stoecklin , tra i maggiori e più originali rappresentati del Realismo Magico di area tedesca. Il percorso per famiglie bambini: Tutte le mostre di Palazzo Strozzi mirano ad abbattere le barriere tra arte e scienza: per De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus, l’itinerario per famiglie e bambini inviterà a esplorare la psicologia attraverso speciali didascalie e una sala interattiva che accompagneranno il visitatore in un viaggio nel mondo dei sogni, degli spazi e delle paure (agorafobia e claustrofobia)


Balthus (Balthasar Kłossowski de Rola; Parigi 1908-Rossinière 2001), Il passaggio del Commerce-Saint-André, 1952-1954 olio su tela, cm 294 x 330, Collezione privata



I visitatori avranno la possibilità di raccontare i propri sogni attraverso narrazioni o disegni che potranno lasciare direttamente in mostra oppure inviare attraverso il sito della mostra www.palazzostrozzi.org, via Twitter o via e-mail. La mostra è posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, con il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Ministero degli Affari Esteri, ed è promossa e realizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno della Provincia di Firenze, Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze e Associazione Partners Palazzo Strozzi e con la collaborazione di Soprintendenza PSAE e per il Polo Museale della città di Firenze e l’Archivio dell’Arte Metafisica di Milano.

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PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA
a cura di Lorenzo Bini Smaghi Presidente della Fondazione Palazzo Strozzi


Giorgio de Chirico, uno degli artisti italiani che hanno maggiormente influenzato l’arte del xx secolo, prese coscienza per la prima volta del misterioso rapporto tra la realtà fisica che appare ai nostri occhi e l’invisibile realtà concettuale che alberga nel nostro spirito durante un soggiorno fiorentino, all’età di ventun’anni: «Durante un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su una panca in mezzo a piazza Santa Croce… Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito; e ogni volta che guardo questo quadro rivivo quel momento. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile». La “rivelazione fiorentina” dell’ottobre 1909, che permea della sua emozione i capolavori che aprono questa mostra, costituì, come lo stesso de Chirico ebbe a prevedere fin da allora, “una rivelazione per il mondo intero”. E naturalmente anche una rivoluzione, la cui natura è sottolineata dal sottotitolo della mostra: “De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile”. Per la prima volta si traducevano in pittura gli aspetti enigmatici e misteriosi dell’esistenza e veniva data forma plastica, attraverso un raffinato gioco di metafore, a sensazioni immateriali e a concetti filosofici. Ispiratori di tutto ciò erano Nietzsche, Schopenhauer e Eraclito, ma, al di là dello specifico mondo ideale spirituale ed emotivo di De Chirico, la sua arte avrebbe dato voce alle ansie e alle paure di un interno secolo: alienazione e solitudine, nostalgia e privazione, melanconia e incomunicabilità abitano i suoi quadri fin da prima che la guerra, le violenze e la “grande pazzia” che hanno straziato il Novecento intero, aprissero la porta al “grande silenzio” del mondo. La pittura metafisica di De Chirico aprì la strada al Surrealismo e alle spettrali visioni della Nuova Oggettività. Max Ernst, che vide per la prima volta i suoi quadri nel 1919 sulla rivista «Valori Plastici», ne raccolse l’esempio e lo sviluppò aprendo la strada ad esperienze completamente nuove. André Breton, il padre del Surrealismo, ne fu altrettanto sedotto, e René Magritte, la cui intera carriera pittorica è segnata dall’ombra di De Chirico, capì attraverso di lui che non sin doveva dipingere ciò che si vede, ma il pensiero che sta dietro il “paravento inesorabile” della materia. I dipinti di Magritte vengono allora “immaginati” come rappresentazione dell’interiorità, come un sogno, uno stato d’animo, nostalgia, inganno, illusione, ricordo o visione: rappresentazione di qualcosa che comunque è nella mente. Questa mostra non è concepita come una panoramica con pretesa di completezza, ma piuttosto come un discorso sull’influenza della sua arte. Le sue opere metafisiche furono come un sasso gettato nelle acque immobili di uno stagno. I cerchi concentrici della loro influenza si allargarono sempre più nel mondo dell’arte, attenuandosi via via che si allontanavano nel tempo e nello spazio ma rimanendo ancora percepibili nell’opera di artisti come Balthus, col quale si conclude la nostra mostra, e che potrebbe essere considerato un erede improbabile e anomalo della visione metafisica del pittore italiano. Dopo l’esperienza fiorentina di olttre un secolo fa, le rappresentazioni dechirichiane di piazze deserte, spazzate dal vento, popolate da figure solitarie, edifici austeri o statue che fissano cieche il vuoto, continuarono a ossessionare gli artisti: e questa mostra invita il visitatore a indagare la loro straordinaria influenza.

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VADEMECUM PER LA MOSTRA DEI CURATORI
Paolo Baldacci, Guido Magnaguagno, Gerd Roos

Questa mostra raccoglie attorno a un unico tema opere di dieci artisti. Ognuno di loro ha inventato immagini e scene che non si incontrano nella realtà esterna che conosciamo, o ha rappresentato gli oggetti percepiti dai nostri sensi in associazioni strane e con un tale estremo e glaciale realismo da indurre in noi la sensazione di una misteriosa vita della materia oltre le apparenze visibili. Ciò che era a tutti visibile questi artisti non lo hanno ritenuto sufficiente per esprimere la loro condizione interiore, e, nonostante fossero legati alla tradizione figurativa e al mondo oggettuale e quindi lontani dal percorso ideale dell’astrazione, hanno per così dire guardato dietro le apparenze. Il loro sguardo ha scoperto mondi di immagini fantastiche, realtà mutate, stranissimi incontri di persone e oggetti. La realtà che li circondava divenne ai loro occhi un mistero impenetrabile, e l’esistenza un groviglio di enigmi, ed essi diedero forma a questo “invisibile” con la loro arte pittorica trasfigurandolo in magia. De Chirico per primo si pose come scopo di “far vedere ciò che non si può vedere”, e attraverso l’esperienza intuitiva della “rivelazione” riuscì a trasfigurare la realtà materiale e concreta in qualcosa di completamente nuovo e suggestivo, cogliendo il suo sembiante interiore e facendo emergere il variegato “spettro” dei suoi significati. Subito dopo di lui, Max Ernst percorse da esploratore ardito la sottile linea di confine che divide la volontà dell’artista e le scelte fantastiche della sua immaginazione dai suggerimenti del caso. Un dipinto, diceva infine Magritte, deve essere prima pensato, e poi eseguito. Cominciando con De Chirico, essi formularono e svilupparono il concetto di “quadro nel quadro”: una vera e propria sfida al linguaggio e agli schemi acquisiti della comunicazione visiva, che destabilizza i concetti di realtà e finzione. I dipinti esposti in questa mostra vennero realizzati tra il 1911 e il 1954 e abbracciano quasi mezzo secolo, l’epoca della “modernità classica”. Non il più vecchio, ma il primo in ordine di tempo di questi artisti, e quindi punto di partenza del nostro viaggio, è l’inventore italiano della “Pittura Metafisica”, Giorgio de Chirico, nato nel 1888 a Volo, in Grecia, e poi vissuto in Italia e a Parigi. È particolarmente significativo che questa mostra si svolga a Firenze, città nella quale, durante un viaggio effettuato nell’ottobre del 1909, Giorgio de Chirico, indebolito e reso acutamente sensibile da una lunga malattia intestinale, andò soggetto in piazza Santa Croce ad una delle prime esperienze di quel fenomeno da lui poi chiamato “rivelazione”. Statue, edifici, atmosfera e ambiente circostante, visioni precedenti e letture precipitarono nella sua mente convergendo in una visione completamente trasfigurata della realtà che stava davanti ai suoi occhi. Forse anche per questo, De Chirico si dichiarò “nato a Firenze” nei primi cataloghi dei Salons parigini, e nella sua pittura aleggia tanta eco del più severo Rinascimento toscano. De Chirico è affiancato dai suoi seguaci italiani Carlo Carrà (nato nel 1881), con il quale ebbe un breve sodalizio a Ferrara nel 1917, e Giorgio Morandi, che vide “la luce e gli oggetti del mondo” a Bologna nel 1890. Il primo si innamorò in modo camaleontico delle strutture formali della pittura metafisica, di cui diede luminose e seducenti interpretazioni, trovando i mezzi per avvicinarsi a una dimensione spirituale della materia che se è lontana dagli obiettivi nichilistici di De Chirico costituì comunque un solido ponte di collegamento col Realismo Magico. Il secondo selezionò con severa coscienza gli elementi a lui più congeniali di rigore geometrico e plastico per procedere a una sua personale ricostruzione del mondo degli oggetti dove ciò che è morto diventa musicalmente vivo e ciò che è vivo viene definito per sempre come fosse cosa inanimata. Questo tipo di arte, che dà voce alla solitudine e al senso di estraneità e di smarrimento prodotti dalla scoperta nichilista della mancanza di logica e di significato del mondo, ha origine da una profonda meditazione attorno al pensiero di Friedrich Nietzsche e si manifestò in Italia sotto la spinta di De Chirico. Ma sensazioni simili erano state avvertite a Parigi, dove De Chirico lavorava, prima dello scoppio della guerra, soprattutto grazie all’intuizione di un grande poeta e interprete dell’arte contemporanea come Guillaume Apollinaire. Ed è questa nuova sensibilità artistica, nutrita di letture e di filosofia, di coscienza del passato e di interiorizzazioni della memoria, così come di consapevolezza del profondo e degli enigmi dell’anima, che impronta di sé tutta la scena europea tra le due guerre dopo la fine delle avanguardie, come ebbe a cogliere tra i primi il grande studioso americano di De Chirico James Thrall Soby con l’icastico titolo After Picasso del suo saggio del 1935. È indubbio che l’angoscia metafisica di De Chirico anticipò l’immane crollo della guerra mondiale, così come sul piano artistico il dada e il surrealismo, coi loro sguardi aperti sul nulla e sugli abissi dell’ inconscio ne furono le conseguenze immediate. Il caratteristico mondo di immagini metafisiche di De Chirico si compone di temi e di motivi attraverso i quali egli sviluppa una sua fantasmagoria interiore senza ripetersi altro che in apparenza e ricorrendo a una stesura pittorica e stilistica in continua evoluzione. I fantasmi potenti che emergono dalla sua particolarissima anamnesi personale, familiare e culturale formano un ciclo di immagini che più tardi, attraverso le ripetizioni commerciali, diventeranno uno dei repertori iconografici più popolari e influenti del secolo XX. Ne fanno parte le piazze vuote, colte nelle oblique ore pomeridiane, le fughe vertiginose di portici e di strade, le stanze spoglie, le quinte architettoniche, i palcoscenici aperti, i piani inclinati. Vedute da finestre cieche, porte socchiuse, pavimenti innaturali. Muri di mattoni, antiche rovine, statue solitarie. Orizzonti lontani, vele e treni. Oggetti in ambienti misteriosi e insensati, proporzioni rovesciate, ombre fitte e luce splendente. Protagonisti dell’attesa e della sospensione, del silenzio, colti negli spazi immaginari della solitudine, della nostalgia, dei ricordi e delle visioni, dell’eternità pietrificata, dei sogni ad occhi aperti e del sonno, dei pensieri nel regno dell’invisibile. Il rapporto con De Chirico prende corpo per Max Ernst nel 1919. Subito dopo aver visto le riproduzioni dei suoi quadri e di quelli di Carrà nella rivista «Valori Plastici», egli creò la celebre cartella di litografie Fiat modes - pereat ars. Più tardi, nel 1924, copiò per Paul e Gala Eluard l’Enigma di un pomeriggio d’autunno, la prima opera metafisica di De Chirico. E con la tecnica del collage introdusse nel mondo artistico il mezzo espressivo ideale per rappresentare lo smembramento, la dissoluzione, la dispersione e la frammentazione tipici dell’ esistenza contemporanea. Ernst è però anche colui che rompe prepotentemente le barriere del silenzio quando guarda nel mondo sconosciuto: egli si trasforma allora nel suo allegro Traumtänzer. Un passeggiatore nel regno dell’inconscio. Un liberatore di eros e di sessualità. Un altro artista fondamentale per l’arte del XX secolo, René Magritte, sviluppa le visioni dei suoi quadri come in una sovrapposizione e illusione continua. Nato nel 1898 in Belgio, era di un decennio più giovane del suo grande predecessore, e da quando, nel 1925, si ispirò al dipinto Le Chant d’amour (1914) il suo mondo di immagini mutò improvvisamente e produsse un capolavoro dopo l’altro. Magritte ricordava la conoscenza del dipinto di De Chirico come «uno dei momenti più commoventi della sua vita» e ancora nel 1938, nella conferenza La ligne de vie tenuta ad Anversa, ebbe a dire del suo modello: «C’est la rupture complète avec les habitudes mentales propres aux artistes prisonniers du talent, de la virtuosité e de toutes les petites spécialités esthétiques. Il s’agit d’une nouvelle vision ou lo spectateur retrouve son isolement et entend le silence du monde» (È la rottura completa con le abitudini mentali degli artisti prigionieri del talento, del virtuosismo e di tutti i piccoli trucchi estetici. Si tratta di una visione nuova, dove lo spettatore trova il suo isolamento e ascolta il silenzio del mondo). “Il silenzio del mondo”, ecco un altro possibile titolo della mostra. Esso permette di tracciare una sorta di linea interiore. Il vuoto, il silenzio, l’enigma di un pomeriggio, la magia della notte, la vita come mistero; oppure per dirla col titolo di un dipinto di Magritte, il quadro come “chiave dei sogni”. La “ligne de vie” che da De Chirico conduce al Surrealismo e ad André Breton è quindi tracciata. Una seconda linea, più rigorosa e aspra, conduce invece dall’Italia verso la Germania. Qui, nel 1924, il direttore del Museo di Mannheim, Gustav Hartlaub, riunì sotto il nome di “Nuova Oggettività” le tendenze estetiche che in seguito all’esperienza della guerra e della crisi avevano dato un’interpretazione della realtà come qualcosa di gelido e straniante. Il senso di alienazione dell’uomo si rispecchiò allora nei ritratti taglienti di Christian Schad, nella critica sociale di Georg Grosz o di Otto Dix, così come nell’opera dello svizzero Niklaus Stoecklin (nato nel1896) che ebbe in quell’ambito un ruolo da protagonista. Per lui, come per Schrimpf, Kanoldt e altri, la natura morta costituì il mezzo privilegiato per arricchire di tratti iperreali e surreali la materialità delle cose, un po’ come nella prima glaciale opera di Morandi, mentre il suo interesse per i manichini, per l’uomo artificiale e per le macchine rimandavano a De Chirico e a Carrà metafisici Nell’ampia parentesi del dopoguerra le opere cosiddette “neoclassiche” di De Chirico degli anni Venti si rivelarono una fertile fonte visiva sia per suo fratello Alberto Savinio sia per Arturo Nathan, nato a Trieste nel 1891, lo stesso anno di Max Ernst. Il fallimento della cultura borghese si era abbattuto sul tentativo novecentesco di far rinascere una “antichità”, ed essa poteva risorgere solo sotto forma di relitto o rovina, come ci mostra Nathan con la sua pittura scura, persino cupa, che ci appare come un commiato e una presa di distanza dagli allegri elementi scenografici volanti di Savinio che si sguinzagliano nei cieli della sua opera d’arte totale. Le discrepanze e le incongruenze sono enormi, negli interni di De Chirico “dépaysagiste”, come lo definì Cocteau, irrompono i paesaggi, e i mobili arredano le campagne, mentre nell’immaginazione pittorica di Magritte regna un “mondo totalmente capovolto”, fino alla dissoluzione del nesso tra parola e immagine, fino al trionfo dell’illusione. A Pierre Roy, il più anziano del nostro gruppo, nipote di Jules Verne nato a Nantes nel 1880, e a Balthus (Balthazar Klossowski), cosmopolita di origini polacche con passaporto tedesco nato a Parigi nel 1908, tocca il compito di darci una conclusione coerente, sintetica e armonizzante di tutto l’insieme. Nelle mondo delle nature morte di Pierre Roy entrano di continuo in scena oggetti contrastanti che si raggruppano poi in insiemi poetici vicini a quel realismo magico, che usa avvolgere in una delicata guaina le pericolose asprezze della natura. Con questa poetica atmosfera ci seduce anche Balthus, l’amico di Rilke, anche se sotto i suoi tappeti e i suoi tavoli potrebbero benissimo essere in agguato dei mostri. L’eros, che nella vita e nelle opere di de Chirico e di Magritte venne represso e frustrato, e che rifiorisce grandioso solo negli splendidi dipinti di Max Ernst, annuncia timidamente il proprio ritorno. Non tutto è perduto. Su un fondamento di mitologia personale, nello spazio ideale che collegava Nietzsche e Freud, si manifestarono nel giovane De Chirico il distacco dalla realtà visibile e l’orientamento verso il fantastico e il metafisico, già presenti nelle opere di Arnold Böcklin, di cui egli era stato un entusiasta seguace e imitatore. La traccia sviluppata in questa esposizione era già stata individuata nel 1997/1998 da una importante mostra al Kunsthaus di Zurigo, poi passata al Haus der Kunst di Monaco e alla Nationalgalerie di Berlino. “Arnold Böcklin, Giorgio de Chirico, Max Ernst. Eine Reise ins Ungewisse” (Arnold Böcklin, Giorgio de Chirico, Max Ernst. Un viaggio nell’ignoto) delineò un percorso di immagini in territori sconosciuti e promosse, ben al di là dei rapporti evidenti, la conoscenza di una sorta di antropologia interiore dell’uomo moderno. Il primato della visione interiore divenne chiaro. “Uno sguardo nell’invisibile” rappresenta una tappa successiva del medesimo viaggio e ci insegna a esplorare meglio il mistero della nostra esistenza.

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EVENTI COLLATERALI ALLA MOSTRA
MAGGIO MUSICALE FIORENTINO
In concomitanza con il 73° Maggio Musicale Fiorentino, che si terrà dal 29 aprile al 22 giugno, in una Sala di Palazzo Strozzi indipendente dalla mostra De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile, verranno presentati bozzetti e figurini di Giorgio de Chirico per I Puritani di Vincenzo Bellini, al fine di ricordare l’esperienza dell’artista al I Maggio Musicale Fiorentino del 1933. L’evento, in collaborazione con il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, permetterà di ammirare acquerelli raffiguranti scene, figurini e attrezzerie, dai quali emerge un voluto riferimento alla scenografia eseguita anni prima da De Chirico a Parigi per i Balletti russi di Diaghilev. Ingresso libero.
CAFFÈ
Il nome del Caffè Giacosa a Palazzo Strozzi cambia e si adegua a quello della mostra allestita al Piano Nobile: dopo il Caffè dell’Imperatore della mostra sulla Cina; il Café des artistes per la mostra sull’Impressionismo; il Caffè delle Regine in occasione di Maria e Caterina de’ Medici; il Caffè dei Pianeti per Galileo e il Caffè Dolci Inganni nell’esposizione sul trompe-l’oeil, per De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile, sarà la volta del Caffè Metafisico.


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Informazioni utili:

De Chirico, Max Ernest, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile
26 febbraio-18 luglio 2010
Palazzo Strozzi
Piazza degli Strozzi, 1
50123 Firenze
Orari: tutti i giorni 9,00- 20,00 Giovedì 9,00-23,00
Informazioni in mostra: +39 055/2645155
www.palazzostrozzi.org
Catalogo Mandragora, Ufficio stampa: Sandra Rosi
T. +39 055 2654384/19 ufficiostampa@mandragora.it
Prenotazioni Sigma CSC
e attività didattiche T. +39 055 2469600 F. +39 055 244145
prenotazioni@cscsigma.it
Accesso in mostra consentito fino a un’ora prima dell’orario di chiusura
Ingresso intero € 10,00; ridotto € 8,50; € 8,00; € 7,50, € 7,00
Scuole € 4,00

sabato 27 febbraio 2010

"Pensieri sul mio lavoro" di Giuseppe Bombaci

Ad aprile la Galleria San Lorenzo di Milano, ospiterà la mostra personale di Giuseppe Bombaci curata da Alberto Agazzani dal titolo "Zen-Zero"
Personalmente ritengo Giuseppe Bombaci (e non sono il solo a pensarlo) uno degli artisti più interessanti del panorama artistico contemporaneo.
Capace, preparato, che sa dipingere ed esprimere concetti chiari ed esaustivi.
Di seguito oltre ad un opera pubblico un suo scritto che introduce il concept della mostra... per me è un grande. Un artista vero... giudicate voi, se ne avete i titoli...
Bravo Giuseppe, è motivo di orgoglio poter lavorare con te!


Pensieri sul mio lavoro


Spesso mi chiedo cosa sia un quadro, una scultura o un’ installazione…
Mi chiedo se una di queste forme d’arte debba essere un modo per vedere “oltre” e non fermarsi solo al risultato di “ bellezza formale” inteso come facile modo per dire qualcosa.

Credo che l’arte e in questo senso il mio lavoro vada in una direzione complessa, una direzione in cui non si crea l’opera, ma piuttosto una “situazione” dove vari elementi convivono: segno , pittura spazio e simbolo.

La mia opera è sempre stata caratterizzata da “differenze” sia formali sia di soggetto: animali, personaggi dimenticati, presenze e simboli convivono, si parlano e si interscambiano informazioni.

In alcuni miei lavori spesso si sovrappongo simboli che in alcuni casi hanno carattere universale e in altri hanno invece un significato più intimo, perché frutto del mio modo di sentire e di vedere le cose. Questi ultimi a volte sono necessari per svelare “verità” e si configurano in grafie segniche sovrapposte al dipinto (spaccati anatomici, maschere dai lunghi nasi e dalle risate burlesche, radici e forme geometriche). In altri casi invece scompaiono del tutto come nei cani o in alcune vanitas in quanto non necessari all’opera poiché è il soggetto a divenire simbolo esso stesso.
In sintesi il simbolo è necessario a volte per aiutare a svelare un qualcosa, altre volte il simbolo e l’oggetto coincidono e il simbolo stesso si configura in quel oggetto.

Prendiamo ad esempio l’opera “dinamiche sospese” (ovvero l’apparizione di Don Diego) in cui è presente un ritratto di Diego Velasquez che prende forma nella sua apparente liquefazione: diventa una sorta di mia memoria – sia storica che antropologica - a causa sia delle mie origini di uomo del sud sia delle influenze spagnole derivate dalle invasioni storicamente documentate nei miei luoghi di origine. Allo stesso tempo è anche l’espressione di amore personale per un certo tipo di pittura.
Alla figura si sovrappongono le grafie delle maschere dai lunghi nasi che diventano burlesche e che a volte fanno germogliare pseudo radici esistenziali, o grafie che rappresentano dei ganci ai quali quella memoria può simbolicamente essere appesa e tirata fuori nel momento più necessario.

Nei dipinti rappresentanti i Buddha il soggetto non è scelto come si potrebbe immediatamente pensare come simbolo religioso, ma viene presa in considerazione la sua immagine burlesca, proprio ad indicare che l’arte non deve essere mai presa sul serio ma deve essere libera. Questo gruppo di opere è caratterizzato anche da lievi segmenti che interrompono lo spazio del dipinto per suggerire una dimensione diversa.

I cani o “guardiani” diventano simbolo di se stessi, sono inesorabili guardiani di una bellezza da custodire. Sono allo stesso tempo anche memorie del mio vissuto, in quanto ricordano le storie dei miei avi, abili cacciatori di selvaggina che mitizzavano i loro cani, elevandoli al rango di divinità proprio per le imprese di caccia. La composizione dei dipinti in una sorta di quadreria mi riporta visivamente all’infanzia nel ricordare le foto dei cani sulla parete della casa di mio nonno.

Le sculture dei tre bambini che ridono semplicemente stanno ad indicare che tutto è un inizio, un punto “0” ma indicano anche la fragilità di questo inizio, non a caso sono infatti realizzate in cera.

Giuseppe Bombaci 2010.


vedi anche:
MERCOLEDÌ 10 MARZO 2010
"ZEN-ZERO" personale di Giuseppe Bombaci a cura di Alberto Agazzani
http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=6846535364723813652&postID=8486157865162108003

giovedì 25 febbraio 2010

"EVA E IL PENNELLO PROIBITO"

Mostra collettiva di pittura, scultura e fotografia
Artiste: Mirella Bitetti • Elena Bombardelli • Daniela Caciagli • Loredana Cacucciolo • Stefania Catastini • Sonia Ceccotti • Karina Chechik • Lorella Ciampelli • Martine Della Croce • Daniela Demichele • Laura De Santi • Caroline Gallois • Giulia Huober • Laura Leonardi • Giorgia Madiai • Valentina Mangiameli • Giovanna Marino • Jara Marzulli • Lea Monetti • Ester Negretti • Elisa Nesi • Cristina Palandri • Angela Sacchelli • Elena Sardelli • Lucia Stefani • Ketty Tagliatti • Maddalena Tombaresi • Paola Vallini • Simona Weller • Elisa Zadi
Titolo: “Eva e il pennello proibito. L’arte d’essere donna”
Rassegna: “Percorsi” 2010
Inaugurazione: domenica 7 marzo ore 17.00
Luogo: Lari ׀ Pi - c/o Castello dei Vicari
Durata: 7 marzo – 5 aprile 2010
Orario: dal Martedì al Venerdì ore 15.00 - 18.00; Sabato e Domenica ore 10.30 - 12.30 e 15.00 – 18.00 - Chiuso il Lunedì - L'ingresso è consentito fino a 30 minuti prima della chiusura – ingresso libero
Info: Valerio Bartoli 333 31 97 384 - www.lariarte.it - lariarte@live.it
Contatti: LARIARTE piazza Matteotti 9 - Lari ׀ Pi
Cura mostra e catalogo di: Filippo Lotti
In collaborazione con: Casa d’Arte San Lorenzo ׀ Associazione Turistica “ViviLari” ׀ Associazione Culturale “Il Castello” ׀ FuoriLuogo – Arte Contemporanea ׀ Associazione Culturale “La Ruga” ׀ Galleria Giraldi ׀ Casa d’Arte San Lorenzo | Periodico “Arte a Livorno e oltre confine” | “Reality” Magazine
Con il patrocinio di: Comune di Lari ׀ Provincia di Pisa ׀
Con il contributo di: Antica Osteria al Castello – Lari ׀ Europroget – Ponsacco

LARI. Si inaugura domenica 7 marzo alle ore 17.00, al Castello dei Vicari, nelle stanze di LariArte, la mostra collettiva dal titolo “Eva e il pennello proibito. L’arte d’essere donna”, un’esposizione tutta dedicata alla creatività femminile.
Patrocinata dal Comune di Lari e dalla Provincia di Pisa, l’esposizione è fatta in collaborazione con l’associazione turistica “ViviLari”, l’associazione culturale “Il Castello”, “FuoriLuogo – Arte Contemporanea”, con la “Casa d’Arte San Lorenzo” e la “Galleria Giraldi”, con il periodico d’informazione “Reality” Magazine, con il mensile “Arte a Livorno” e con l’associazione culturale “La Ruga” e realizzata con il contributo dell’”Antica Osteria al Castello” di Lari e di "Europroget” di Ponsacco.
Filippo Lotti, direttore artistico di LariArte, presenta artiste provenienti da tutto il territorio nazionale ma che vede anche alcune presenze straniere. Trenta artiste con opere di pittura, scultura e fotografia a testimonianza di un’arte tutta al femminile che, anche se attraverso percorsi formativi e tecniche artistiche differenti, hanno in comune l’intensità delle capacità espressive e la volontà di rappresentare emozioni, nonché la serietà del loro lavoro, forma e sostanza della creatività.
Si tratta di una ridotta, seppur qualificata, rappresentanza del vasto panorama artistico del nuovo millennio che sta vivendo un totale ribaltamento rispetto alla tendenza che per secoli ha visto le figure femminili relegate in ruoli subalterni. Gli spazi sempre maggiori conquistati dalla donna nella società si sono ripercossi anche nel mondo dell’arte dove le artiste hanno, non senza difficoltà e diffidenze, conquistato uno status che oggi consente loro di avere pari dignità artistica nei confronti dei colleghi uomini. Questa mostra vuol essere un ulteriore contributo al progressivo e inarrestabile risarcimento dovuto all’universo artistico femminile per troppo tempo relegato ai margini del mondo dell’arte.
Negli ultimi decenni l’arte fatta dalle donne ha subito un incremento qualitativo e quantitativo ed è stata protagonista nei grandi cambiamenti si sono verificati in tutte le branche dell’arte. Ed oggi con questa mostra ne abbiamo una fulgida testimonianza.
Una mostra che vuole raccontare l’humus artistico femminile, che vuol essere una vetrina, uno spazio donna: presenze, non più silenziose, di donne che producono arte e ne tessono la storia. Una raccolta che ne mette in luce il lavoro.
La mostra è corredata da un catalogo, curato da Filippo Lotti, con un testo introduttivo della storica dell’arte empolese Grazia Arrighi. L’inaugurazione sarà ripresa da Toscana Tv per la trasmissione “Incontri con l’Arte”, il programma ideato e condotto da Fabrizio Borghini. L’esposizione resterà aperta ai visitatori, ad ingresso libero, fino al 5 aprile 2010. Orario di apertura: dal Martedì al Venerdì ore 15.00 – 18.00; Sabato e Domenica ore 10.30 - 12.30 e 15.00 - 18.00 - Chiuso il Lunedì (aperto il lunedì di pasqua) - L'ingresso è consentito fino a 30 minuti prima della chiusura. Per info: 333 3197384 oppure 333 3892402 (www.lariarte.it - lariarte@live.it).

Arte per l'Arte. Arte per la Solidarietà


Il 7 marzo. alle 18:30, si terrà, presso Villa Bottini a Lucca, l'asta di beneficenza "Arte per l'Arte. Arte per la Solidarietà", organizzata dal Lions Club Lucca Le Mura in collaborazione con il Lu.c.c.a. e curata da Linda Giusti e dal direttore del Lu.c.c.a. Maurizio Vanni.
la battuta d'asta sarà tenuta da Roberto milani

L'evento, finalizzato alla raccolta di fondi per il restauro della facciata della chiesa di San Francesco, propone 47 opere di artisti contemporanei che saranno esposte presso il museo dal 2 al 7 marzo. Il museo mette altresì a disposizione un catalogo delle opere in asta che può essere ritirato gratuitamente dal martedì alla domenica, dalle ore 10 alle 19, fino al 21 febbraio e dal 2 al 7 marzo.
Fra gli artisti in catalogo: Adami, Balzano, Buratti, Cane, Chechik, Chia, Gilardi, Grassi, Kounellis, Migneco, Paladino, Patrini, Pierobon, Pizzi Canella, Tomaino ed altri



Per partecipare all'asta o per riservare l'acquisto di un'opera è richiesto l'accredito all'indirizzo e-mail info@luccamuseum.com

Inizio esposizione:
martedì 2 marzo 2010 alle ore 10.00
Fine esposizione:
domenica 7 marzo 2010 alle ore 0.00
Luogo:
Lucca Center of Contemporary Art
Indirizzo:
Via della Fratta, 36
Città/Paese:
Lucca, Italy

mercoledì 24 febbraio 2010

Per Angela Loveday

Qualche sera fa, nel più totale nulla televisivo, in una pausa lavorativa mi sono dedicato ad una pratica che adoro. Il voyerismo telematico... ovvero sbircio le pagine altrui presenti sul web. Sono incappato sul profilo facebook di Angela Loveday.
Angela l'ho conosciuta in occasione delle selezioni della prima edizione del Premio Patrizia Barlettani. In quell'occasione, ho avuto modo di scoprire il suo lavoro. Mi piaciuto immediatamente. L'altra sera, ho scritto così questo breve commento, di getto. Oggi, in un piacevole scambio di e-mail, Angela mi ha chiesto di scriverle un pensiero... Era già pronto! Un fenomeno di telepatia telematica?

"L'invenzione della fotografia è stata la più grande rivoluzione nel campo dell'arte degli ultimi otto/nove secoli. Quella precedente fu "l'invenzione" di rendere quest'ultima, trasportabile: ovvero trasferire l'immagine/lavoro dal muro ad un supporto mobile, tavola o tela che fosse.
L'avvento della foto cambiò radicalmente il lavoro dell'artista!
Dal momento in cui nacquero i primi dagherrotipi veniva meno una delle funzioni del lavoro dell'artista stesso, ovvero il compito di fermare, fissare un momento, quel momento, sia che esso fosse una scena di guerra, un paesaggio o il volto di una persona.
Da allora la tecnologia (con l'epoca digitale poi... non ne parliamo nemmeno!) ha fatto passi da gigante. Ha reso tutti fotografi. Basta possedere una piccola fotocamera che ognuno si sente fotografo ed è in grado di produrre anche scatti piacevoli! Ma non è arte questa.
Fortunatamente, ancora una volta siamo salvi! Ed il segreto e custodito nell'utilizzo dei verbi: "fare il fotografo" o "essere fotografo". Un po' come la differenza che esiste fra l'essere pittore o artista, o ancora meglio fra "fare l'artista" o "essere artista".
Angela Loveday è artista!
Lo è nella ricerca, nella composizione ma soprattutto nel pensiero. Lo è nell'utilizzo del soggetto e nella costruzione della scenografia e nel messaggio.
Ognuno degli argomenti da lei trattati, dal set-commercial al progetto meditato, è basato sulla teatralità della composizione e sulla meticolosa ricerca del particolare. Nulla è lasciato al caso. Il tutto è permeato da un'intelligenza estetica che crea il concetto di "arte".
La Loveday non si ferma però al solo raccontare, descrivere, fermare. Nella sua fotografia si fa largo un altro arduo impegno: quello di essere anche cronista. Cronista che con il mezzo della metafora o del racconto, ci invita a riflettere sulla mancata certezza dell'esistenza dell'uomo di oggi. Sulla precarietà e sulla fragilità della nostra contemporaneità , basata troppo spesso solo sull'immagine e che con assoluta padronanza del mezzo, è proprio attraverso l'utilizzo di immagini che ci invita a riflettere, a prendere tempo, per far sì che quest'ultimo non svanisca nel breve tempo di un battito di ciglia, nel brevissimo istante di uno scatto. Un click!
E' portatrice sana di qualità! Anche se a molti una visione superficiale del suo lavoro può "disturbare", trasmettere inquietudine. Ma non è questa una delle più coinvolgenti emozioni della natura umana? Abbandonate la superficialità, fatevi accompagnare dall'artista nel suo mondo che è anche il vostro. Ne uscirete più veri, più consapevoli, più coscienti."

EGO Persone dell'arte 12


Con Melina Scalise (Giornalista, critico, curatore Spazio Tadini)


Con Fiordalice Sette (Curatrice, Addetta Culturale Fabbrica Borroni), Chiara Canali e Martina Cavallarin


Con Marco Cornini


Con Simone Graziani (Mercante, gallerista)


Con Maurizio Vanni (Critico, storico, curatore, direttore del Lu.C.C.A.)

"Les Jeux Sont Femmes" personale di Paolo Cassarà a cura di Chiara Canali

video


vedi anche:
DOMENICA 7 FEBBRAIO 2010
Comunicato stampa "Les jeux sont Femmes" personale di Paolo Cassarà a cura di Chiara Canali
http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.com/2010/02/comunicato-stampa-les-jeux-sont-femmes_07.html

domenica 21 febbraio 2010

Comunicato Stampa "PROGETTO KABILA" Personale di Domenico Di Genni a cura di Alessandra Redaelli


TITOLO DELLA MOSTRA: " Progetto Kabila" dell'artista Domenico Di Genni.
VERNICE: Sabato 20 marzo ore 18:00
LOCATION: Galleria San Lorenzo - Via Sirtori s.n.c. (a fianco del numero 33)
20129 Milano Tel. +39.0274236426
DURATA ESPOSIZIONE: Dal 20 marzo al 15 aprile 2010
ORARI: dal lunedì al sabato dalle ore 15 alle ore 19; mattina su appuntamento
INGRESSO: gratuito
INFO: www.arte-sanlorenzo.it milano@arte-sanlorenzo.it galleria@arte-sanlorenzo.it
CURATORE: Alessandra Redaelli
CATALOGO: Zeta Scorpii
TESTO CRITICO: Alessandra Redaelli


La mostra presenta 25 opere pittoriche, 4 sculture e la suggestiva installazione Goodies, composta da una serie di scodelle di terracotta contenenti lightbox fotografici.
Attratto da sempre dalle poche zone del mondo ancora intatte dalla globalizzazione, e particolarmente attento alle problematiche sociali, Domenico di Genni presenta oggi il progetto Kabila, dedicato a una delle più grandi baraccopoli del continente Africano. Il cuore del progetto è infatti Kibera, la favela di Nairobi, un luogo che l’artista conosce bene avendovi vissuto per diverso tempo a scopo di studio. E’ in questo febbrile brulicare di vita, nei suoi quasi due milioni di abitanti, che Di Genni trova lo spunto per una serie di ritratti di grande forza emotiva. I visi femminili – di una bellezza innocente e sensuale a un tempo – sono costruiti con un uso sapiente delle ombre e della luce in un bianco e nero corposo e materico che l’artista ha voluto creare utilizzando solo materiali naturali. Su supporti che vanno dalle vele, alle tele di sacco fino alle stoffe locali, Di Genni fa emergere i suoi soggetti mescolando carboni e terre, cenere, ruggine e coloranti vegetali.
Il progetto prevede anche l’organizzazione, da parte dell’artista, di corsi di pittura e fotografia per i bambini di Kibera.

15 ANNI!!!




Casa d'Arte San Lorenzo compie oggi 15 anni!
Che traguardo importante!
Quindici anni di lavoro, duro lavoro, entusiasmante lavoro.
Incominciato quasi per gioco, sulle ceneri di un rapporto ormai stanco e logoro, con idee poco chiare, esperienze incomplete e tanto, tantissimo entusiasmo.
Prima due poi quattro personalità, così diverse e comunque così unite. Le invenzioni, le ricerche, le esperienze che crescono istante dopo istante e maturano con le personalità stesse.
Oggi con orgoglio, siamo.
Siamo una realtà, solida e presente, attenta e sensibile fatta di persone e di rapporti, impegnata e vera.
Errori? sicuramente. Dubbi? tanti, quotidiani. Rimpianti? nessuno, anzi uno, il fatto di essere qui, oggi, a festeggiare solamente in tre.
Grazie a tutti gli Artisti, gli Addetti, i Collezionisti e i Collaboratori che senza di loro molto probabilmente questo giorno sarebbe rimasto solo un pensiero, un sogno.
Grazie Antonella, grazie Paolo e soprattutto grazie a te Patrizia, che brindi con noi ovunque tu sia.
Roberto Milani

sabato 20 febbraio 2010

Comunicato stampa "INSERTS" personale di Pier Toffoletti


Titolo dell’evento
INSERTS
Personale di Pier Toffoletti a cura di Roberto Milani


Inaugurazione: 18 marzo alle h.18,30
Location: LA CONTEMPORANEA – studio | art gallery – Arte Architettura Interior Design
Via della Rocca ,36 10123 Torino
www.lacontemporaneatorino.com
TEL+39.011.0746.769
Periodo: dal 18 Marzo al 30 Aprile 2010
Orari: feriali 15.30 19.30; Domenica e festivi su appuntamento
Ingresso: gratuito
Organizzazione:
Casa d’Arte San Lorenzo – San Miniato/Milano | La Contemporanea - Torino
Info:
+39.011.0746.769 +39.335.6233779 +39.0239432561
info@lacontemporaneatorino.com
galleria@arte-sanlorenzo.it



La Contemporanea Studio I Art Gallery dà avvio al suo secondo anno di attività con l'inaugurazione del 18 marzo 2010 di INSERTS - Personale di Pier Toffoletti.
Dopo il ciclo di esposizioni legate al tema dell'Architettura, ci si allontana momentaneamente dalle visuali urbane per concentrarsi su chi la realtà cittadina la vive e la anima, virando l'attenzione sulla componente più frizzante e caratteristica: i giovani.
Una deviazione dal percorso “originario” per celebrare l'entusiasmo e l'intraprendenza di un'attività che con le stesse peculiarità di freschezza e determinazione delle nuove generazioni, ha aperto i suoi battenti, guadagnando il proprio spazio nella vasta offerta dell'Arte Contemporanea Torinese.


INSERTS
Personale di Pier Toffoletti

Gli architetti Cristiana Pecile e Marzia Altaira Grazzini sono liete di presentare “INSERTS”, la mostra attraverso cui il friulano Pier Toffoletti espone la nuova produzione artistica caratterizzata da novità’ nel soggetto e nella tecnica.
Saranno presentate 15 opere, in parte su tela in parte su tavola, con cui si introducono nel processo di esecuzione tradizionale inserti fotografici atti a realizzare un contrasto di metodi e materiali.
La tecnica di base rimane quella tipica dell’affresco: strati di amalgama a base di malta e sedimenti fluviali uniti da colle naturali, sopra ai quali si interviene pittoricamente con colori ad olio.
La successiva contaminazione crea un mix che ha lo scopo di enfatizzare dettagli differenti
dell' immagine integrale, valorizzando da un lato l'occhio che ruba il particolare e dall' altro la mano che sviluppa il processo pittorico.
L'innovazione, però, si rivela anche nella scelta dei soggetti.
Si tratta di momenti di spensieratezza raccolti fra gruppi di studenti, ritagli di quotidiana ed adolescenziale routine con cui il pittore si allontana dall'iconografia femminile indagata in precedenza per dare ai suoi quadri un' allure di giocosa e fresca spontaneità. Frammenti di contemporaneità espressi dalla componente più rappresentativa dei giorni nostri, i giovani, figure che Toffoletti elabora con la padronanza che lo contraddistingue e che adotta nella costruzione dell'opera in modo magistrale.
La ricerca di una nuova modernità, che si rivela ora non solo nello stile, ma anche nella poetica.

“Christian Balzano. Uomo versus animale?” di Luca Beatrice


Lu.C.C.A. - Lucca Center of Contemporary Art


è lieto di
invitarLa

alla conferenza stampa di presentazione del catalogo sulle installazioni di Christian Balzano pubblicato da Carlo Cambi Editore

“Christian Balzano. Uomo versus animale?”

a cura di Luca Beatrice

che si svolgerà sabato 20 febbraio alle ore 12

a Palazzo Boccella, via della Fratta 36 - Lucca

Interverranno:

Luca Beatrice, critico d'arte, curatore del Padiglione Italia dell'ultima Biennale di Venezia e curatore della mostra “Christian Balzano. Luci del destino”

Maurizio Vanni, Direttore del Lu.C.C.A. e curatore delle mostre di Christian Balzano nei musei argentini di Buenos Aires, San Juan e Rosario

Christian Balzano, artista

venerdì 19 febbraio 2010

La pietà di Paolo Cassarà torna a Milano



Tornerà a Milano l'opera tanto discussa di Paolo Cassarà intitolata LA PIETA'.
L'opera in questione sarà esposta presso la galleria San Lorenzo (via Sirtori 31) dal 23 febbraio al 14 Marzo nel contesto della personale dell'artista "Les jeux sont Femmes" a cura di Chiara Canali.
A proposito di questa opera, nel catalogo di mostra edito per i tipi della Zeta Scorpii Editori, la stessa Canali scrive:

"L’episodio mediatico che più ha portato alla ribalta il lavoro di Paolo Cassarà in questi ultimi anni è risultato essere la partecipazione alla controversia e chiacchierata mostra Arte e omosessualità, ideata e promossa dall’allora Assessore alla Cultura di Milano, Vittorio Sgarbi.
L’artista compariva con la Pietà, una scultura in terracotta policroma di media grandezza che rappresenta una donna seduta, in abbigliamento maschile, nell’atto di stringere in grembo una bambola gonfiabile. L’opera è stata subito incriminata dalla stampa come “Pietà lesbica” (Maurizio Giannattasio, Corriere della Sera, 12 luglio 2007) e viene censurata dal Sindaco Letizia Moratti, assieme ad altre due opere (Miss Kitty di Paolo Schmidlin e la foto modificata di Silvio Sircana) preordinando la chiusura della mostra a Milano dal giorno successivo all’inaugurazione, se non fosse stata spurgata dalle opere ritenute indecorose.
Nella bagarre interviene perfino l’On. Silvio Berlusconi, chiamato in causa da Sgarbi per mediare nei confronti della censura di “Suor Letizia”, che propone una scappatoia: eliminare dall’esposizione solo un’altra ed ultima opera, seppur significativa: la scultura di Cassarà (proprio lei!), per la sua interpretazione “lesbo” (Maurizio Gianattasio, Corriere della Sera, 14 luglio 2007). La mediazione, tuttavia, fallisce e Sgarbi, indignato, decide trasferire in toto la mostra in un’altra città italiana (Palazzina Reale presso la Stazione FS di Santa Maria Novella a Firenze. N.d.R.).
Pubblicata e citata giorno dopo giorno, per quasi un mese, nelle pagine di cronaca dei quotidiani nazionali (dal Corriere della Sera a Repubblica, dal Giornale al Giorno, da Libero a Metro), la Pietà di Cassarà è risultata essere oggetto di discussioni e reinterpretazioni perché ritenuta blasfema e scandalosa. D’altronde, la provocazione è stata ricercata e voluta dall’artista stesso per trasmettere un messaggio di protesta nei confronti della Chiesa e della classe politica (Armando Stella, Corriere della Sera, 15 luglio 2007). Sul magazine Made, così Paolo Cassarà confessa le sue vere intenzioni: “Nel preparare l’opera ho volutamente puntato sulla provocazione attraverso la sua simbologia e con la citazione indiretta di una nota iconografia religiosa. Il mio intento originale era quello di provocare in modo costruttivo per sensibilizzare il pubblico sul tema dell’omosessualità e non certo per fare una forma di promozione personale” . La scultura nasce dalla volontà di giocare con la simbologia classica della Pietà, ma non si vuole sovrapporre alla celebre opera omonima di Michelangelo. “Il lavoro – continua l’artista – si può interpretare secondo livelli diversi e non solo lesbo o religioso. Nelle mie intenzioni c’è una denuncia sui disagi della società attuale: un’allegoria sulla mercificazione della donna, considerata alla stregua di una bambola gonfiabile, sulla decadenza dei rapporti e del sesso, sulla solitudine che pervade le persone” .
Certamente nell’opera è presente una buona dose di ambiguità nello scambio dei ruoli delle due figure androgine, ma l’introspezione nell’universo della femminilità è sempre stato uno dei cardini della ricerca dell’artista, che qui affronta con ironia e una vena quasi “comica” (Vittorio Sgarbi) il ruolo della donna sottratta alla sua funzione di generare una prole, una donna alienata nella stessa percezione del proprio corpo che diventa simbolo e oggetto di consumo in senso nuovo."

A questo punto vedremo se la morsa della censura proseguirà il suo cammino... staremo a vedere...



Vade Retro Gay!, intervista di Federico Poletti, Made 05, N. 26, Dicembre / Gennaio 2008.
Ibidem.
Vittorio Sgarbi, Vade retro in “Arte e Omosessualità. Da von Gloeden a Pierre et Gilles”, Electa, Milano 2007.


vedi anche:
DOMENICA 7 FEBBRAIO 2010
Comunicato stampa "Les jeux sont Femmes" personale di Paolo Cassarà a cura di Chiara Canali
http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.com/2010/02/comunicato-stampa-les-jeux-sont-femmes_07.html